Il crocefisso? Possono morire.


La Russa parlando del crocefisso si lancia nella filippica


POSSONO MORIRE
POSSONO MORIRE
POSSONO MORIRE


Ognuno sarà responsabile di ciò che dice, sopratutto se ha importanti cariche politiche.

Una Risposta a “Il crocefisso? Possono morire.”

  1. davide Dice:

    DA”IL FATTO QUOTIDIANO”DEL 5/9/09 EDITORIALE MARCO TRAVAGLIO.
    RISPOSTA MIGLIORE NN MI VIENE IN MENTE GRAZIE MARCO

    Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso
    nelle scuole. E non per le penose ragioni
    accampate da politici e tromboni di destra,
    centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se
    fosse per quelle, lo leverei anch’io. Fa ridere Feltri
    quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di
    Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché
    occuparsi di lotta alla droga e all’i m m i gra z i o n e
    selva ggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto
    dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte
    violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa
    tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”,
    come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno,
    lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo
    Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di
    “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni
    alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si
    dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici
    con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini
    che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i
    “genitori ideologizzati” e la “Corte europea
    ideolog izzata” tirando in ballo “la Costituzione che
    riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La
    racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul
    crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo
    dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.
    Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti,
    cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il
    crocifisso come “ar redo”, tanto vale staccarlo subito.
    Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una
    “t ra d i z i o n e ” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween)
    o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco
    gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi
    non dicono una parola sulle leggi razziali contro i
    bambini rom e sui profughi respinti in alto mare). Gesù
    Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta
    ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi
    agevolmente salvare con qualche parola ambigua,
    accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni,
    uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia
    per chi si ferma al dato storico della crocifissione.
    L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e
    speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma
    soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di
    Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Pa d re ,
    perdona loro perché non sanno quello che fanno”).
    Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi
    dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi
    sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai
    cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come
    un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più
    pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio
    Socci – a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo
    che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare
    le parole giuste per raccontarlo. Eppure basta prendere
    a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e
    atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non
    genera nessuna discriminazione. Tace. È l’imma gine
    della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo
    l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora
    assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli
    scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un
    perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei
    nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli
    uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene
    che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di
    scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi
    genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano,
    islamico, ebreo, buddista che sia – si sentirebbe
    minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della
    sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a
    farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot
    per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le
    esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween,
    e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le
    mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del
    crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.


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