Roberto Camera ci segnala questo interessante articolo.
E’ uno spunto importante di riflessione su lavoro ed occupazione nel nostro Paese.
L’edilizia se non si avvalesse del lavoro degli immigrati sarebbe al tracollo.
Pochi italiani sono disposti ad accollarsi certi lavori che, pur se regolarmente retribuiti, richiedono particolare impegno.
Articolo del 20 agosto dal Corriere della Sera.

“I 30 mila posti di lavoro che nessuno vuole
Si cercano falegnami, meccanici, parrucchieri, elettricisti Senza risposta un terzo delle ricerche delle piccole imprese
Va bene che molti giovani, dicono studi e sondaggi di ogni genere, sognano ancora il posto fisso. Meglio ancora se nella pubblica amministrazione. E va bene che quasi metà degli italiani, come afferma una recente ricerca dell’Eurobarometro, sono talmente restii all’idea del cambiamento da non riuscire nemmeno a scrollarsi di dosso l’idea che quel posto debba durare tutta la vita.
Ma con la produzione industriale che arranca, la disoccupazione che galoppa, la cassa integrazione che non dà tregua, tutto ci si potrebbe aspettare tranne che le piccole imprese, proprio quelle che dovrebbero rappresentare il cuore pulsante dell’economia italiana, fossero a corto di braccia. Eppure, a giudicare almeno dai risultati di una inchiesta della Confartigianato sul fabbisogno di manodopera condotta in base ai dati dei primi sei mesi dell’anno, è proprio quello che sta accadendo. L’organizzazione presieduta da Giorgio Guerrini stima che nel 2009, nonostante la crisi, il sistema delle piccole imprese e dell’artigianato potrà creare 94.670 posti di lavoro.
Quasi un terzo di questi, tuttavia, rischia di restare vacante: per quanto si cerchino persone in grado di occuparli, semplicemente non si trovano. Una emergenza al contrario, tanto più paradossale perché con l’imminenza dell’autunno si addensano nubi sempre più minacciose sul mondo del lavoro. Da Nord a Sud. In Piemonte ci sono 512 aziende in crisi, con 25 mila dipendenti in cassa integrazione. Anche in Emilia-Romagna i cassintegrati sono più di 20 mila nelle sole aziende metalmeccaniche. La Sicilia è in apprensione per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese. Nel Lazio i posti a rischio sarebbero 70 mila.
E nelle Marche sono quasi 8 mila i lavoratori messi in mobilità nei primi sei mesi di quest’anno. Soprattutto, però, le conclusioni dell’indagine sembrano stridere apertamente con i timori di quanti sono convinti che gli immigrati tolgano il lavoro agli italiani. Un luogo comune che trova conforto prevalentemente negli ambienti politici di fede leghista, ma che i risultati di uno studio della Banca d’Italia reso noto martedì sembrano invece smentire categoricamente. All’appello, secondo la Confartigianato, mancano 30.750 persone. Per avere un’idea della dimensione di questo fenomeno basta considerare che si tratta di un numero addirittura superiore a quello dei lavoratori (circa 30 mila) che al giugno scorso in tutta la Lombardia, prendendo per buoni i dati della Cgil, avevano avuto accesso alla cassa integrazione in deroga. I dati elaborati dall’ufficio studi dell’organizzazione degli artigiani informano che la carenza maggiore è quella dei falegnami o comunque di persone esperte nella lavorazione del legno.
A fronte di un fabbisogno di 2.690 addetti, le piccole imprese ne cercano inutilmente 1.390, ovvero quasi il 52% del totale. Per non parlare poi dei parrucchieri e degli estetisti. In questo caso i posti di lavoro destinati con ogni probabilità a restare vuoti sono il 49% circa: ben 3.210. È in assoluto il buco numericamente maggiore fra tutti i comparti presi in esame dall’indagine. Ancora più grosso di quello che la Confartigianato denuncia per gli elettricisti. Rispetto alle esigenze dichiarate (9.850) ne mancherebbero infatti 2.840, pari al 28,8% del totale. Pesante risulterebbe anche la situazione delle officine per la riparazione delle auto, con un deficit di 1.640 meccanici. Problema di dimensioni più o meno simili a quello che viene accusato dalle piccole imprese informatiche (1.740) e dagli idraulici (ne mancano 1.560): mestiere, quest’ultimo, che ha fama di essere anche particolarmente redditizio una volta superata la fase dell’apprendistato. Soffre perfino l’edilizia, in assoluto il regno della flessibilità. Stando sempre ai dati della Confartigianato le piccole imprese sono riuscite a reclutare 3.160 carpentieri sui 4.500 che sarebbero necessari. Degli altri 1.340 ancora nessuna traccia.
Ma anche il numero dei disegnatori industriali disponibili è inferiore al fabbisogno di ben 1.110 unità. La medaglia della crisi economica ha tuttavia una doppia faccia. Se nelle piccole imprese un posto su tre rimane vuoto perché non si trova chi lo possa (o voglia) occupare, e nonostante sopravviva ancora il mito del posto fisso, nell’ultimo anno c’è pure chi ha reagito alle difficoltà economiche con una scelta opposta: mettendosi in proprio. Sintomo del fatto che, trovandosi di fronte all’alternativa fra andare a lavorare alle dipendenze in una piccola impresa, magari con un contratto da precario, e rischiare invece in prima persona, qualcuno sceglie questa seconda strada. Non moltissimi, per la verità: nell’annus horribilis per il Prodotto interno lordo la stessa Confartigianato ne ha censiti 8.134.
Ma con situazioni davvero curiose. Mentre infatti i parrucchieri cercavano inutilmente 3.210 dipendenti da avviare al lavoro, nei dodici mesi compresi fra la fine di giugno 2008 e la fine di giugno 2009 il numero dei barbieri e degli estetisti aumentava di 1.696 unità. Una crescita inferiore soltanto a quella del numero di quanti si sono buttati nella cosiddetta green economy (2.559) nonché del numero dei gelatai, dei panettieri e dei pasticcieri (2.082). Il bello è che alle gelaterie, alle pasticcerie e ai panifici artigianali mancano 1.140 dipendenti. C’è poi chi ha tentato l’avventura nell’informatica (462) o nei servizi di trasporto (800), oppure nelle piccole attività di restauro (104), o ancora nella tinteggiatura (681). I più creativi hanno scelto invece la strada della pubblicità e del design (119). E un pugno di temerari (39) ha messo la propria passione per gli animali al servizio del prossimo. Del resto, con questi chiari di luna tutto fa brodo.
Sergio Rizzo





















6 Settembre 2009 alle 2:58 pm
datemi un recapito per avere uno dei 30000 posti di lavoro e vi farò vedere se lo rifiuto o meno
5 Ottobre 2009 alle 11:28 am
dovete smetterla di pubblicare articoli così ” offensivi ” per tutte quelle persone che vogliono lavorare.
6 Ottobre 2009 alle 8:13 pm
Cari Vincenzo e Fabrizio, l’articolo è stato gentilmente “copiato” ed “incollato” su mia segnalazione così come il Corriere della Sera l’ha pubblicato, quindi se avete delle rimostranze o richieste, rivolgetevi alla suddetta testata, questo blog non ha certo colpe se vi sentite frustrati perchè senza lavoro. Mio intendimento era solo di segnalare anche una realtà diversa della solita fatta di lamentele e basta, poi se l’articolo riporti verità sacrosante o meno dipende solo dall’onestà dei giornalisti del Corriere, ma penso che ci sia da crederci almeno in parte poichè osservando la situazione intorno a me vedo sì persone in cerca di lavoro ma anche molta incompetenza e mancanza di interesse alla professionalità che ormai è di moda.
Nel lavoro, una volta ottenuto e rigorosamente selezionato perchè sia rispondente agli studi effettuati, vedo molta superficialità e menefreghismo, frutto del modo di vivere attuale, fatto di uno stile di vità che induce le persone a credere che si possa facilmente fare la vita dei nababbi pagando tutto a rate e quindi senza farsi mancar niente anche con un semplice lavoro a basso reddito. Questo ha portato alla mentalità di avere tutto e di non rinunciare a niente: un’auto a testa, scooter, vacanze possibilmente in posti esotici e via discorrendo, relegando ai “poveretti”, ormai identificati con i soli extracomunitari, pratiche considerate degradanti come il muoversi con i mezzi pubblici o in bicicletta.
Perciò anche se il lavoro c’è viene magari considerato degradante e perciò ignorato da molti.
9 Novembre 2009 alle 10:40 am
Mi permetto di segnalare un articolo dal Corriere del 9 Novembre 2009 (che coincidenza!) che può rappresentare uno spunto di riflessione e di stimolo, sempre nell’ottica di migliorare questo nostro sempre più disastrato paese:
Da ecochef a stilista «verde»
I 100 lavori salva ambiente
Come trovare un impiego (nuovo) con effetti positivi sul clima. Oggi i posti in Italia sono 850 mila
MILANO — Ottantunomila aziende, 410.000 addetti, un fatturato di 37 miliardi di euro nel 2008 (più 12 miliardi di export e 6 di import). Sono i numeri dell’industria forestale italiana: una galassia di imprese grandi e piccole che si occupano di forestazione, cura dei boschi, difesa del suolo, e non producono solo carta e legname ma conservano il territorio. Oppure: 10.379 lavoratori nell’eolico, 2.229 nel fotovoltaico, 8.233 addetti alle biomasse e al recupero energetico dai rifiuti. Ecco il settore delle energie rinnovabili in Italia a marzo 2009 (dati Nomisma). I lavori verdi ci sono già: secondo l’Onu impiegano 2,3 milioni di persone nel mondo. C’erano anche prima che Obama facesse della svolta verde uno dei perni della sua corsa alla Casa Bianca, e nel nostro Paese oggi occupano tra 850 e 850 mila addetti che nei prossimi anni potrebbero diventare 1 milione e mezzo. «Magari un giorno non si parlerà più di lavori verdi, perché lo saranno diventati tutti» dice Marco Gisotti, che con Tessa Gelisio, conduttrice di Pianeta Mare, firma «Guida ai green jobs» (Edizioni Ambiente).
Creare occupazione e salvaguardare l’ambiente. Forse è questo il mondo del lavoro che sta nascendo per l’azione combinata di vari fattori: gli accordi per la riduzione delle emissioni di gas serra, la crisi economica, la necessità di puntare sull’efficienza energetica, il nuovo appeal dell’ecologia che può originare una domanda di prodotti «verdi» tale da condizionare produzione e offerta. Tra i 100 lavori verdi per l’Italia di domani ci sono professioni come «l’ecochef», che dovrà creare menu basati su ingredienti provenienti da produzioni locali, tipiche, di qualità, e magari biologiche, tenendo conto del loro impatto ambientale. Un impiego «curioso»? Forse no, visto che nel 2008 i ristoranti «bio» in Italia erano 360, gli agriturismi con menu biologici 1.178, e quasi un milione i pasti bio serviti nelle mense scolastiche. C’è anche l’ecoparrucchiere, che usa apparecchi elettrici di ultima generazione, controlla la climatizzazione del salone, fa la raccolta differenziata e abbatte dell’80% i consumi di energia e fino a 2/3 quelli d’acqua.
Nemmeno questa è una boutade : il libro calcola che i 150 mila parrucchieri italiani ogni anno emettano 800 mila tonnellate di CO 2 , tanto che l’estate scorsa sono partiti i corsi dell’Oreal-Federparchi per «parrucchiere sostenibile». Certo, tagliare i capelli non è un’occupazione nuova, ma quasi nessuna delle professioni elencate dalla guida lo è. Molti cosiddetti ecolavori sono «profili professionali tradizionali arricchiti da nuove competenze ambientali o inseriti in contesti nuovi». Si può fare un lavoro verde anche costruendo automobili, se si creano sistemi di alimentazione ibridi o auto elettriche. In quest’ottica, e visti i numeri delle ecomafie, non stupisce che uno dei green jobs sia il carabiniere in forza al Nucleo operativo ecologico. Ogni lavoro può essere verde: lo stilista sostenibile coniugherà l’estetica con l’ambiente e i diritti (un po’ come Stella McCartney con il suo prêt-à-porter ecologico); l’avvocato ambientale sfrutterà il fatto che molte aziende avranno bisogno di consulenze in materia; il marketing ambientale diventerà strategico; l’ecodiplomazia sarà un settore fondamentale nei rapporti internazionali; le aree protette attireranno turisti, che chiederanno prodotti locali e biologici e quindi sproneranno l’attività del settore agricolo. Uno studio uscito negli Stati Uniti a inizio 2009 da Fast Company, che si occupa di tendenze economiche, metteva il contadino al primo posto tra i 10 lavori del futuro per il mercato Usa. Intanto, in Italia, ci sono aziende che investono nella ricerca e creano microrganismi non biotech in grado di trasformare gli escrementi dei bovini allevati con antibiotici e ormoni in concime biologico, e altre che fanno pallet per imballaggi in legno certificato e convincono i clienti a comprare intere foreste ancora da piantumare, dalle quali verrà il legno dei pallet futuri. Chissà investendo sulla prevenzione del dissesto idrogeologico quanti posti di lavoro nascerebbero attorno ai nostri 28.021 km 2 di territorio a rischio frana o alluvione…
Mario Porqueddu
10 Novembre 2009 alle 6:21 pm
Cari, nel ringraziarvi per aver segnalato l’articolo uscito ieri sul corriere della sera dove si parla del libro che ho scritto con Tessa Gelisio, mi permetto di entrare nella discussione di qualche settimana fa sui “30.000 posti di lavoro che nessuno vuole” perché anche io mi sono posto la domanda di come ciò fosse possibile. Il punto è che non è che nessuno li vuole, ma che spesso nessuno (o pochi) sanno che ci sono. Esiste infatti uno scollamento fra imprese e lavoratori che fa sì che, in determinate situazioni, le prime non riescano a far sapere ai secondi che stanno ricercando candidati (certo, con un curriculm spesso specializzato e in qualche caso senza offrire le dovute garanzie occupazionali, vale a dire salario o contratto adeguati). In generale nel nostro paese manca una strategia politica che faccia sì che la catena formazione-occupazione o scuola-lavoro sia attiva e funzioni. Per quanto paradossale, accade quindi che possano esserci imprese che non riescono a trovare i dipendenti giusti, così come ci siano giovani che non riescono letteralmente a scoprire queste aziende.